28 settembre 2016

ASIA/THAILANDIA - Con l’incubo della “blasfemia buddista”, la Chiesa prepara l’Ottobre missionario

Bangkok  - "In questa fase, sotto un potere militare, la società e soprattutto i giovani lamentano la mancanza di libertà e di pluralismo: non si può criticare il governo. Ma le nostre attività pastorali non sono disturbate o modificate": lo dice all'Agenzia Fides p. Peter Watchasin, Direttore Nazionale delle Pontificie Opere Missionarie in Thailandia, parlando di come la Chiesa si sta preparando a vivere la “Giornata missionaria mondiale” del prossimo 23 ottobre.
Secondo alcuni osservatori, la nuova Costituzione della Thailandia, approvata il mese scorso, rischia di minare l'armonia religiosa nel paese a causa di una disposizione che impone allo stato di promuovere il Buddismo Theravada, religione maggioritaria nella nazione. A destare preoccupazione soprattutto tra le minoranze religiose cristiane e musulmane è la possibile applicazione della "blasfemia".
La nuova Carta, infatti, prevede all'art. 67 che "lo stato stabilisce le misure e i meccanismi per prevenire la profanazione del buddismo in qualsiasi forma e incoraggia la partecipazione di tutti i buddisti nell'applicazione di tali misure e meccanismi". Di conseguenza, ogni atto interpretato come una "minaccia" o "vilipendio" al buddismo può essere oggetto di intervento e repressione da parte dello stato.
Per evitare potenziali problemi causati da una interpretazione piuttosto rigida di questa disposizione, il Primo ministro Chan-o-cha Prayut, in un ordinanza emessa il 22 agosto, ha confermato che lo stato "protegge tutte le religioni riconosciute" e sostiene "tutte le fedi che contribuiscono allo sviluppo della nazione", senza violare la legge e i principi di unità nazionale.
Il governo intende così prevenire l’insorgere di conflitti religiosi nella società . In tale situazione "la comunità cattolica - conclude p. Watchasin - non entra in questioni politiche ma procede con le sue attività: stiamo preparando l'Ottobre missionario, dopo che la Chiesa ha vissuto il suo speciale Sinodo nel 2015. Alla luce di quella assemblea, come cattolici, siamo alla ricerca di nuove strade per incarnare il Vangelo nel paese e viverlo nella società, nell’economia, nella politica, per contribuire al bene comune della nazione". 

26 settembre 2016

147° Spedizione Missionaria Salesiana

Consegna del crocifisso missionario

C’è una luce in fondo al tunnel


Sono venuto qui per fare qualche commento ma anche per condividere con voi una storia, sperando che ci sia una luce in fondo al tunnel. Quello che sto per dirvi è che una luce in fondo al tunnel è ancora lontana, raggiungere il tunnel è ancora lungo e pericoloso.
La storia dell’umanità ha centinaia di migliaia di anni e può essere riassunta in molti modi, uno dei quali è l’espansione del pronome personale “noi”. Un certo numero di persone ha usato il termine noi. Un numero di persone che è cresciuto in modo graduale e costante. Gli antropologi sostengono che inizialmente si trattava di un gruppo di 150 unità. Tutto il resto poteva essere riassunto con la parola “altri”. Il resto erano persone che non erano noi. Un numero che doveva essere necessariamente limitato. Col tempo questa cifra è aumentata, venne l’epoca delle tribù, delle prime comunità che erano comunque sempre un noi. Persone che non si conoscevano personalmente. Poi c’è stata l’epoca delle nazioni-stati e degli imperi ed oggi posso affermare che ci troviamo in un punto tale di questa catena di eventi che non ha precedenti.
Tutte le tappe e le fasi che ci sono state nella storia dell’umanità, avevano un denominatore comune: erano caratterizzate dall’inclusione da un lato e dall’esclusione dall’altro, in cui c’era una identificazione reciproca, attraverso l’inclusione e l’esclusione. Il “noi” si poteva misurare con l’ostilità reciproca. Il significato del “noi” era che noi non siamo loro. E il significato di loro era che loro non sono noi. Gli uni avevano bisogno degli altri per esistere come entità collegata l’una con l’altra e potersi identificare in un luogo o un gruppo di appartenenza. E’ stato così per tutta la storia dell’umanità. Questo ha portato a grandi spargimenti di sangue. Una forma di autoidentificazione che nasce dall’identificazione di qualcosa di altro rispetto al prossimo. Oggi ci troviamo di fronte alla necessità ineludibile della prossima tappa in questa storia, nella quale stiamo espandendo la nozione di umanità. Parlando di identità di se stessi, abbiamo un concetto di quello che includiamo in questa idea di umanità messa insieme. Direi che ci troviamo di fronte a un salto successivo che richiede l’abolizione del pronome loro. Fino a questo momento i nostri antenati avevano qualcosa in comune: un nemico. Ora, di fronte alla prospettiva di una umanità globale, dove lo troviamo questo nemico?
Ci troviamo nella realtà cosmopolita, quindi ogni cosa fatta anche nell’angolo più remoto del globo, ha impatto sul resto del nostro pianeta, sulle prospettive future. Siamo tutti dipendenti gli uni dagli altri e non si può tornare indietro.
Per questo cerchiamo di gestire questa situazione cosmopolita con i mezzi sviluppati dai nostri antenati per poter affrontare i territori limitati, ed è una trappola, un problema una sfida che ci troviamo ad affrontare. Dobbiamo capire come integrarci senza aumentare l’ostilità. Come integraci senza separare i popoli che non appartengono allo stesso luogo. Come possiamo riuscirci? E’ la domanda fondamentale della nostra epoca. Fortunatamente ci è stato fatto un grande dono dal cristianesimo, dalla Chiesa cattolica ed è papa Francesco che ci indica il percorso. Desidero fare solo tre citazioni, sviluppando tre punti.
1. Dialogo, una parola che non dovremo mai stancarci di ripetere. C’è bisogno di promuovere una cultura del dialogo, in ogni modo possibile e ricostruire così il tessuto della società. Dobbiamo considerare gli altri, gli stranieri quelli che appartengono a culture diverse, persone degne di essere ascoltate. La pace potrà essere raggiunta solo se daremo ai nostri figli le armi del dialogo, se insegneremo a lottare per l’incontro, per il negoziato, così daremo loro una cultura per creare una strategia per la vita, una strategia volta all’inclusione e non all’esclusione.

2. Dobbiamo capire che l’equa distribuzione dei frutti della terra e del lavoro umano non è pura carità, ma un obbligo morale. Se vogliamo ripensare le nostre società, dobbiamo creare posti di lavoro dignitosi e ben pagati soprattutto per i nostri giovani, dobbiamo passare dall’economia liquida, che usa la corruzione come un modo per trarre profitto, verso una soluzione che possa garantire l’accesso alla terra attraverso il lavoro. Il lavoro è il modo attraverso cui possiamo rimodellare la nostra convivenza condividendo i frutti della terra, i frutti del lavoro umano.

3. Papa Francesco sostiene che la cultura del dialogo deve essere parte integrante dell’educazione e dell’istruzione che forniamo nelle nostre scuole, in modo interdisciplinare, per dare ai nostri giovani gli strumenti necessari per risolvere i conflitti in modo diverso da come siamo abituati a fare. Tutto questo non è facile ed è un processo di lunghissimo termine. È un modo diverso da quello seguito dalla politica. Acquisire la cultura del dialogo non comporta una ricetta facile, una scorciatoia. Tutto il contrario. Un proverbio cinese dice: “Dobbiamo pensare all’anno prossimo piantando semi, ai prossimi dieci anni piantando alberi, ai prossimi cento anni educando le persone”. L’educazione è un processo a lunghissimo termine. La creazione di un mondo pacifico non è come prepararsi una tazzina di caffè, è ben più complicato.

Abbiamo bisogno più di ogni altra cosa, se vogliamo seguire i consigli di Papa Francesco, di sviluppare qualità difficili in questo mondo: la pazienza, la coerenza, la pianificazione a lungo termine. Parlo di una vera e propria rivoluzione culturale, che deve esser l’esatto opposto rispetto al mondo in cui le persone invecchiano e muoiono prima ancora di essere nate. Pazienza, quindi: dobbiamo concentrarci sugli obiettivi a lungo termine, sulla luce in fondo al tunnel, a prescindere da quanto possa essere lontana al momento in cui la osserviamo.

Assisi 2016, #Thirst4peace, Peace Meeting Assisi 2016

Comunione e Missione

BUONA NOTTE DI MADRE YVONNE REUNGOAT

Torino, Valdocco: Mandato missionario

Dentro le tende dei migranti

Ecoprofughi

24 settembre 2016

147° Spedizione Missionaria SDB e FMA

Domani, le FMA di Casa generalizia saremo con voi: unite nella preghiera e nell'affetto. Dio benedica e renda feconda la vostra risposta alla vocazione missionaria ad gentes. Auguri!








Sorelle che riceveranno il Mandato Missionario e il Crocifisso nella Basilica di Maria Ausiliatrice - Torino, 25 settembre 2016.

Sr. Silva (da) Pereira Mônica
Brasile
Sr. Monteiro Franco Tânia Aparecida 
Brasile
Sr. Molina González Cecilia       
Cile
Sr. Bohórquez Aída Lucía                  
Colombia
Sr. Guillén María Margarita
El Salvador
Sr. Dauwalter Suzanne                
Stati Uniti
Sr. De la Rosa Theda                         
Filippine
Sr. Samson Eleanor                   
Filippine
Sr. Louis Alexandra                     
Haiti
Sr. Chacko Mary                        
India
Sr. Cherayath Anna Rani                   
India
Sr. Cherian Mary                        
India
Sr. Yun Hee Kyung Elisabetta             
Corea
Sr. Abi Khalil Marlène                 
Libano
Sr. Domínguez Areco Laura Elizabeth
Paraguay
Sr. Bui thi Thuy Phuong Maria           
Vietnam
Sr. Nguyen thi Le My Teresa              
Vietnam

A Nizza Monferrato

Dopo l'accoglienza l'integrazione

Salesiani e Gesuiti alleati per l'integrazione

GENOVA - Una “santa alleanza” per l’integrazione. Così potrebbe chiamarsi quella sancita tra salesiani e gesuiti impegnati a Genova - nello specifico a Sampierdarena - per aiutare i giovani, e non solo giovani, immigrati ad inserirsi nel tessuto sociale italiano.

Insegnanti di italiano e di altre materie fondamentali si alternano all’Opera Don Bosco di Sampierdarena per insegnare agli immigrati, per lo più ecuadoriani.

“Qui tante persone - spiega una delle insegnanti, Maria Ximena - vengono a studiare dopo aver lavorato, perché per prima cosa bisogna lavorare per mantenere la propria famiglia. Vogliono studiare per formarsi, perché ci tengono e per realizzare anche altri progetti. I programmi scolastici sono quelli proposti dal Ministero della Pubblica Istruzione dell’Ecuador e inoltre aggiungiamo la lingua italiana in modo che questo diploma venga riconosciuto anche sul territorio italiano”.

“Una cosa fondamentale - aggiunge Maria Ximena - è che al ritorno ad esempio in Ecuador riescono a trovare lavoro grazie al diploma di maturità conseguito qui in Italia”.

“Noi - ci racconta ancora Maria Ximena - qui non siamo soli. Senza l’aiuto dell’Opera Don Bosco e anche del Dipartimento Educazione della Compagnia di Gesù tutto questo non sarebbe possibile. Lavoriamo in rete, volontari, salesiani e gesuiti: questa è una cosa meravigliosa. Il nostro responsabile a Quito è un padre gesuita. Oltre a Genova, lavoriamo anche a Roma e Milano e sono circa un migliaio finora i ragazzi che hanno conseguito il diploma di scuola superiore, duecento dei quali nella sola Genova”.