26 ottobre 2014

Pedalando per i poveri. Un missionario per le strade di campagna del Bangladesh

Padre Bob McCahill ha 77 anni. È un missionario americano dei Maryknoll e continua a pedalare in sella alla sua bicicletta per strade di campagna del Bangladesh. Incontra e aiuta i malati, soprattutto i bambini. Una testimonianza di amore cristiano tra i musulmani e gli indù.
Su queste strade tutti lo conoscono come Bob Bhai (Fratello Bob: “bhai” è la parola bengalese per fratello). Sono 38 anni che Padre Bob serve i poveri del Bangladesh. E’ anche un intrepido ciclista. Macina decine di chilometri ogni giorno, a volte anche 70, per visitare i villaggi e incontrare i bambini più bisognosi di assistenza medica. Da quando è arrivato nel 1975 ha risieduto in 10 città diverse.
Di solito rimane solo tre anni in una città. Secondo una sua definizione: “il primo anno è quello del sospetto, il secondo quello della fiducia e il terzo quello dell’affetto ed è anche quello che contrassegna il tempo di passare a un’altra città per continuare il mio ministero di amicizia e di guarigione tra i musulmani e gli altri”.
Quando arriva in una città, prende in affitto una stanza fino a quando non riesce ad avere una capanna di fortuna allestita per lui nella periferia. La capanna è fatta di sottili bastoni di iuta piantati sul terreno argilloso. Il tetto è rinforzato con un foglio di polietilene per proteggere l’interno dalla pioggia. 
La piccola capanna può facilmente contenere le poche cose che servono al missionario. Un letto in legno, uno sgabello basso su cui Bob si siede a pregare, leggere o scrivere. C’è anche una piccola mensola per tenere alcuni libri essenziali, una stufa a cherosene con un fornello e un secchio per l’acqua. Le scorte di cibo (riso o pane) pendono dal tetto in sacchetti di plastica per evitare di condividere gli alimenti con i topi. Nel rifugio di notte è ospitata anche la sua bicicletta. 
La giornata di Bob inizia molto presto. Si alza dal letto alle 3 e 30 e dopo un’ora di meditazione celebra la messa quotidiana. Mentre è ancora buio presto prepara la colazione e fa le piccole faccende di casa, prima di impostare il programma della giornata. Intorno alle 6 e 30 è pronto a mettersi in viaggio verso i villaggi per incontrare e aiutare i malati, soprattutto i bambini che devono affrontare infermità e deformità. 
Ovunque vada, Bob incontra persone curiose che gli fanno molte domande. Da parte sua Bob ama sfidare, chiedendo ad esempio: qual è lo scopo della vita? “Dopo aver fatto questa domanda – racconta il missionario – vedo davanti a me sguardi perplessi. Allora io dico: ‘I cristiani credono che lo scopo della vita sia l’amore’. Questa affermazione sorprende i musulmani che a loro volta credono nell’amore, ma non hanno mai veramente pensato che lo scopo della vita fosse l’amore”. Molti bengalesi musulmani considerano i vari programmi missionari cristiani come mezzi usati per convertirli. Ma Padre Bob dissente: “Non sono uno che fa proseliti ma un evangelizzatore. 
L’atto d’amore è evangelizzazione, soprattutto tra le persone che sospettano che un missionario venga a convertirli e utilizzi l’assistenza sanitaria, l’istruzione e lo sviluppo sociale a tal fine. Siamo qui per donare a queste persone amore e rispetto e lasciarli in uno stato d’animo che permetterà loro di fare lo stesso, pur rimanendo musulmani. Quello che stiamo facendo, e cioè amare, ha un impatto molto forte sulle persone”. 
Venerdì sera padre Bob si trasferisce a Dhaka in compagnia dei malati e dei loro parenti per farli curare nei diversi ospedali. Il viaggio dura tutta la notte perché si deve cambiare spesso bus e salire sui traghetti per attraversare i fiumi. Una volta arrivato a Dhaka, il missionario deve orientarsi tra il traffico caotico di biciclette, taxi, automobili, autobus grandi e piccoli che intasano la città densamente popolata. 
Tutti guidano in modo aggressivo e spericolato. Dopo aver verificato che i suoi malati sono stati ricoverati negli ospedali per le cure, padre Bob va a trovare le persone che ha accompagnato in città settimane o addirittura mesi prima e che sono ancora ricoverati. Trascorre parte della sua settimana passando da un ospedale all'altro, incontrando i pazienti, infermieri e medici. 
La vita è missione e la missione è la vita di padre Bob. Che non solo vive per i poveri, ma vive come coloro che serve. Ciò gli dona la pace interiore. Quello che fa non lo fa per essere lodato: ha seguito una chiamata maturata attraverso la preghiera e l’impegno. Padre Bob è un Vangelo vivente e la sua vita è un segno della cura amorevole di Dio, specialmente per coloro che sono malati. Ha iniziato la sua vita missionaria nelle Filippine. 
Dopo 11 anni di lavoro di lui si diceva che era “pieno di idee e felice”. Si è offerto di lavorare nel Bangladesh. “Volevo essere un prete-servo qui in Bangladesh” racconta oggi. In un paese flagellato da disastri naturali, carestie, inondazioni e guerre, ha voluto dare il suo piccolo contributo per alleviare le sofferenze della gente. Il fatto che il Bangladesh è un paese musulmano è stato un fattore secondario nella sua decisione. 
Ma ben presto ne ha visto il lato positivo: “Il fatto che il Bangladesh sia un paese islamico è un grosso vantaggio, perché quello che stiamo facendo al servizio dei poveri è anche al servizio dei musulmani. Per loro ha un grande significato perché hanno un detto per il quale ‘servendo i poveri, serviamo Allah’”. Presto padre Bob si sposterà in una nuova città e continuerà il suo ministero di amicizia e di guarigione tra i musulmani.


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